Vita numero 2. Questa.

9 marzo 2008. Compleanno. Occhiali nuovi. Strani, c’è poco da dire. Belli colorati come una bandiera a scacchi ma non in bianco e nero, tipo palio di Siena, tipo contrada del palio di Siena. Ho azzardato, mai così tanto con gli occhiali ma questa volta ci stava. Ci stava proprio. E allora torno a casa e penso, tanto non le piacciono.

“Brutti”. Ma solo perché li avevo scelti da solo. Lo sapevo.

Guardo il mondo a scacchi per qualche giorno e poi su a Milano, accendo la radio in macchina, prima di salire sull’appennino una pubblicità: Scuola Nazionale di Drammaturgia, Teatro delle donne. Delle donne. Promette bene. E se riuscissi a chiudere uno dei trecento tentativi di scrittura mai arrivati all’ultima pagina? Due più due, ho anche gli occhiali da drammaturgo. Nuovi. A scacchi. Telefono, la prima lezione c’è già stata, il corso iniziava il 9 di marzo, sì ma posso iniziare lo stesso dalla seconda? Penso di sì dice la Betta. Sì.

Lezioni esercizi, lezioni esercizi, esercizi, esercizi, ma mica si devon fare tutti vero? Come no? E allora diventa quasi un secondo lavoro questo qua oh! E infatti la sera dopo cena scrivi scrivi e poi riscrivi e rileggi e cambia tutto. Alla fine eran più di sessanta, ma di scene praticamente il doppio. Ma non è roba che finisce lì, no, ci son gli attori, gli attori che te le fanno subito sul palco, fresche fresche, e tu capisci subito se funziona o se non funziona quella roba là che hai scritto, e qualcuno poi ti spiega anche perché.

Bello. Mi piace.

Poi però uno si sente strano. Ha bisogno di metabolizzare. Metabolizzo. Uno ha bisogno di filtrare e prendere quello che gli serve, che gli servirà. E allora con calma. Filtro. Filtro. Filtro.

Una lunga pausa.

Fa caldo. Il caldo non lo reggo più. A me il freddo m’è sempre piaciuto di più del caldo ma il caldo lo reggevo, ora non lo reggo più.

Lo sapevi no? Prima o poi ci saresti arrivato. Ti sei preso il tuo tempo, hai visto Mama Ganga hai fatto il tuo bel viaggio in India sui Ghat e te ne sei rimasto lì immobile a farti avvolgere dal fumo e dalle ceneri delle cremazioni che ti arrivavano addosso insieme all’odore dolciastro della carne bruciata. La vita la morte la vita la morte la vita, e la morte per noi occidentali, noi dell’occidente evoluto e per loro, che invece hanno capito tutto, la guardano in faccia la vita, e la morte.

Non ti preoccupare. Facciamo un taglio piccolo, cinque centimetri, e ti aggiustiamo il motore, c’è qualcosa che batte in testa, dev’essere una valvola, te la risistemiamo un po’ e poi torni come nuovo, fidati di noi. Dottore, ma ci pensa lei con le sue manine? Sì, stia tranquillo. E’ che qua non possiamo più rimandare. Va fatta ora. E’ il momento.

E’ il momento. E’ sempre una questione di tempo. Inutile cercare di fermarlo il tempo, tanto lui ti frega sempre. M’è sempre stato sul culo il tempo non lo reggo il tempo, me l’ha sempre fatta pagare cara il tempo, tutta una vita: o arrivo troppo presto o troppo tardi.

E poi, come si ferma il tempo?

Scrivi. Non lo fermi ma almeno così una fotografia, gliela fai. E’ solo una fotografia ma almeno ti sembrerà di poterlo tenere un po’ tra le mani il tempo, di giocarci un po’, di sorridergli mentre lui se ne sta lì immobile. Mentre ti scorre alle spalle.

Silenzio.

Non era notte. Se dormi la notte la notte è piena. Invece qua son passato dal vuoto, ho saltato, da un giorno a un altro, lasciandoci un buco nel mezzo. Ma la valvola come va ora dottore? Funziona? Funziona bene ora o batte sempre in testa? (pausa) Bene. E allora faccio così, da domani scrivo, un po’ di più, e ne festeggio due. Sì da quest’anno ne festeggio due. Senza candeline però.

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